Home AttualitàA tredici anni con una piccola valigia e uno zaino pieno di emozioni

A tredici anni con una piccola valigia e uno zaino pieno di emozioni

da Redazione

“Ma davvero lo lasci partire da solo? È così giovane”, è stata probabilmente la frase che mi sono sentita ripetere di più nei giorni precedenti alla partenza di Gabri e dei suoi amici. Tredici anni, un piccolo zaino, una carta d’identità custodita nel portafoglio e una destinazione, la Spagna.

Per noi genitori dei ragazzi che frequentano la scuola media Maja Materdona è iniziato tutto così, con una domanda che sembrava parlare dei nostri figli, ma che forse parlava soprattutto di noi. “Siamo pronti a lasciarli andare?”. Perché a tredici anni sono ancora bambini quando dimenticano l’asciugamano sul letto o lasciano il frigorifero aperto. E poi diventano improvvisamente grandi quando salgono su un aereo senza di noi, sorridendo per tranquillizzarci, mentre siamo noi a trattenere il nodo in gola. È stato bello vedere con quanta naturalezza siano riusciti ad adattarsi a una nuova famiglia, a nuove abitudini e a una lingua diversa.

E mentre loro vivevano questa avventura, anche noi genitori, in fondo, ne abbiamo vissuta una tutta nostra. Le stesse preoccupazioni, gli stessi dubbi prima della partenza, il telefono controllato più spesso del solito aspettando un messaggio o una foto per capire se stesse andando tutto bene. Ci siamo ritrovati a condividere ansie semplici ma importanti: “Avrà mangiato?”, “Si sentirà a casa?”, “Riuscirà a farsi capire?”. E ogni volta che arrivava una foto con un sorriso, una tavola apparecchiata o un gruppo di ragazzi insieme, ci tranquillizzavamo un po’.

È stato importante capire che stavamo vivendo le stesse emozioni. Perché lasciarli partire faceva paura a tutti, ma vederli così felici ci ha fatto capire che crescere significa trovare il coraggio di lasciarli andare un “pochino” più lontano del solito, per poi tornare. L’Erasmus è stato uno scambio di fiducia. Li abbiamo visti partire timidi e tornare con parole nuove, qualche hola infilato nelle frasi e soprattutto con uno sguardo più aperto, più curioso, più sicuro.

E poi è arrivato il momento di ospitare qui i ragazzi spagnoli. Ed è stato forse il momento più bello. Il più sorprendente. Abbiamo aperto le porte delle nostre case ai ragazzi che avevano accolto i nostri figli. E improvvisamente quella che sembrava solo la loro esperienza è diventata anche la nostra. Abbiamo apparecchiato tavole mescolando tradizioni e accenti, scoperto che l’inglese dei nostri figli funziona meglio delle nostre ansie. Abbiamo osservato amicizie nascere in silenzio, tra una partita alla PlayStation, una risata a tavola e Google Translate. Ma soprattutto abbiamo imparato che i ragazzi sanno costruire ponti molto più velocemente degli adulti.

Noi genitori abbiamo bisogno di rassicurazioni e conferme. Loro invece si siedono vicini e dopo dieci minuti stanno già condividendo cuffiette, meme e segreti. E forse anche noi genitori, grazie a loro, siamo tornati un po’ studenti. Di fiducia, di coraggio e di futuro.

Spesso riempiamo i figli di discorsi motivazionali “Credi in te stesso”, “Sei forte”, “Puoi ciò che vuoi”, ma la verità è che i ragazzi misurano il nostro livello di fiducia non da ciò che diciamo, ma da ciò che permettiamo loro di fare.
Lasciarli salire su quell’aereo è stato un vero atto di fede. È stato dire “Puoi farcela, e io ci credo così tanto da fare un passo indietro”. La fiducia si traduce in azione solo quando accetti il rischio che l’altro possa cadere, ma scommetti sul fatto che saprà rialzarsi e sappiamo quanto sia difficile per noi genitori.

Educare alla diversità e all’apertura è facile a parole, ma la prova del nove avviene quando l’inconsueto varca la soglia di casa nostra, cambiando i nostri ritmi, flettendo le nostre regole e guardando da molto vicino la nostra intimità.
Aprire la porta di casa ai ragazzi spagnoli è stato l’atto di coerenza più grande; abbiamo dimostrato ai nostri figli che l’apertura al mondo non è uno slogan che ci piace recitare, ma una scelta che siamo in grado di fare, anche se richiede di negoziare i propri spazi e di superare le proprie “rigidità”. Abbiamo dimostrato loro che il nuovo non va temuto, ma accolto. È stata un’esperienza che ha unito i ragazzi e noi genitori, ma soprattutto ci ha fatto salire di livello nel rapporto con i nostri figli: abbiamo scelto di farci vedere umani, con le nostre paure, ma pronti a superarle per vederli crescere.

Un grazie va alle famiglie che hanno accolto i ragazzi con semplicità, pazienza e affetto. Famiglie meravigliose che sono riuscite a farli sentire a casa anche lontano da casa. Un ringraziamento speciale va ai professori, che hanno creduto nei nostri figli forse ancora prima di noi. Li hanno lasciati sperimentare, sbagliare, arrangiarsi e crescere, restando sempre un passo indietro ma senza far mancare mai la loro presenza. Li hanno osservati da lontano, dando loro spazio e fiducia, ma continuando ad esserci ogni volta che ne avevano bisogno. Ed è grazie a questo equilibrio tra libertà e presenza, autonomia e attenzione che questa esperienza è diventata qualcosa che porteranno per sempre nel cuore.

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