L’Arciprete don Daniele Cavaliere, quando qualcuno gli chiedeva cosa rimanesse dopo la Festa Patronale, aveva una risposta semplice e disarmante: “Li scorsi ti li nuceddi”. I gusci delle noccioline. Un modo tutto mesagnese per dire che, dopo giorni di preparativi, incontri e celebrazioni, spesso resta poco di quello che si è vissuto. O forse resta proprio ciò che non abbiamo saputo valorizzare. Una frase che, a distanza di anni, sembra cucita perfettamente anche sull’epoca dei social. Perché durante la Festa Patronale si infiammano le polemiche e poi, quando le luminarie si spengono, tutti i protagonisti li abbandonano puntando alla polemica successiva.
Ogni anno il copione è quasi identico, con una puntualità degna di una processione: “C’era meno gente dell’anno scorso”, quindi “la tradizione si sta perdendo”. Poi arrivano le bancarelle: “Sono sempre le stesse”, “non ci sono più quelle di una volta”. Le giostre sono diminuite, i fuochi disturbano gli animali domestici, le luminarie potevano essere più belle, il programma non è più quello di un tempo, il cantante non ha convinto.
Una lunga lista di osservazioni, spesso fatte con passione e anche con l’affetto di chi alla propria festa tiene davvero. Il problema è che, nella maggior parte dei casi, la riflessione finisce lì. Con un commento sul telefono e un dito pronto a scorrere verso la prossima polemica.
La domanda che invece raramente compare è un’altra: “Io cosa posso fare per migliorare la Festa Patronale?”
Perché dietro quei tre giorni di luglio non ci sono soltanto palco, musica e luminarie. Ci sono persone che lavorano per mesi: i volontari del Comitato Festa, gli amministratori comunali, le attività economiche che contribuiscono alle spese, chi mette tempo, energie e disponibilità senza finire necessariamente sotto i riflettori. Siamo un po’ come con le noccioline: spesso mangiamo il frutto e buttiamo via il guscio. Ci godiamo il risultato, ma dimentichiamo il lavoro che c’è dietro. Siamo diventati bravissimi a individuare ciò che non funziona, molto meno disponibili a rimboccarci le maniche, dare un suggerimento concreto, offrire una collaborazione, sostenere economicamente un’iniziativa o semplicemente metterci la faccia.
Anche quest’anno, dunque, la liturgia si è ripetuta: la Madonna resta in chiesa ad attendere i fedeli per una preghiera, mentre fuori non mancano gli osservatori attenti a cercare il difetto da correggere. Ma una festa, come una comunità, migliora soltanto se tutti partecipano. Dal palco della cassa armonica il sindaco ha richiamato proprio questo senso di responsabilità collettiva, invitando ciascuno a fare la propria parte per rendere Mesagne più bella. Il messaggio è stato chiaro: non limitiamoci a consumare il frutto e a lasciare per terra i gusci.
Perché una Festa Patronale non è soltanto ciò che vediamo in piazza per tre giorni. È il risultato di una comunità che decide se vuole essere spettatrice o protagonista. E forse, alla fine, la vera sfida è proprio questa: capire che il guscio non va buttato, ma recuperato.








