Home AttualitàMesagne in lacrime per l’ultimo saluto ad Antonio D’Errico. Il ricordo commosso: «Non si può morire di lavoro»

Mesagne in lacrime per l’ultimo saluto ad Antonio D’Errico. Il ricordo commosso: «Non si può morire di lavoro»

da Cosimo Saracino

Una folla silenziosa e commossa ha dato l’ultimo saluto ad Antonio D’Errico, l’imprenditore artigiano di 66 anni morto martedì durante il montaggio di una tettoia in una villa privata in via Alimini, in contrada Manfredonia. Il santuario di Mater Domini si è riempito ben prima dell’inizio della celebrazione. All’interno non c’era più posto e decine di amici, conoscenti e cittadini sono rimasti sul piazzale, partecipando alle esequie in un silenzio carico di dolore.

A celebrare il rito funebre è stato don Paolo Zofra, che affianca il parroco don Pietro De Punzio, impossibilitato a presiedere la funzione per motivi personali. L’omelia del sacerdote ha toccato profondamente i presenti, intrecciando il dolore della famiglia con il messaggio di speranza del Vangelo e richiamando il valore del sacrificio compiuto da Antonio negli ultimi istanti della sua vita.

Don Paolo Zofra ha aperto la riflessione ricordando il grido di Marta davanti alla morte di Lazzaro: «Signore, se tu fossi stato qui…». Parole che, ha spiegato, oggi sono le stesse che abitano il cuore della moglie Giovanna, del figlio Alessandro, della sorella Marina, dei fratelli Bruno, Marcello e Roberto, e di tutti coloro che hanno voluto bene ad Antonio. «Gesù raccoglie le loro lacrime e il loro sconcerto», ha detto il sacerdote.

Il momento più intenso dell’omelia è arrivato quando don Zofra ha ricordato il gesto compiuto dall’artigiano durante il crollo della tettoia. «Antonio non ha pensato a mettere in salvo se stesso. Il suo primo e unico pensiero è stato spingere via suo figlio Alessandro. In quel gesto ha donato la sua vita per salvare quella del figlio. Non c’è amore più grande di questo». Parole che hanno fatto scendere le lacrime sui volti di molti dei presenti.

Il sacerdote ha poi rivolto un forte appello contro le morti sul lavoro. «Non si può e non si deve morire di lavoro. Il lavoro deve essere uno strumento di vita, di dignità e di speranza, mai un luogo di condanna o di tragedia». Un invito accompagnato dal richiamo a un impegno collettivo affinché tragedie come quella che ha colpito la famiglia D’Errico non si ripetano più. «Mai più famiglie spezzate dal dolore, mai più padri e madri che non fanno ritorno a casa».

Nel proseguire l’omelia, don Paolo Zofra ha richiamato le parole di Gesù: «Io sono la risurrezione e la vita», ricordando che la fede cristiana offre la speranza che la morte non abbia l’ultima parola. Ha quindi rivolto un pensiero alla famiglia, soffermandosi in particolare su Alessandro, salvato dal padre pochi istanti prima del crollo. «Il gesto di tuo padre ti accompagni per tutta la vita non come un peso insopportabile, ma come la prova più alta del suo amore. Questa è l’eredità che ti lascia».

Al termine della celebrazione è stato letto il messaggio che don Pietro De Punzio ha voluto affidare alla comunità pur non potendo essere presente. Il parroco ha espresso la propria vicinanza alla moglie Giovanna, ad Alessandro e a tutti i familiari, sottolineando che «nessuna parola può colmare il vuoto che la sua assenza lascia», ma assicurando l’abbraccio dell’intera comunità di Mater Domini.

Nel suo messaggio, don De Punzio ha ricordato come il sacrificio di Antonio debba diventare un richiamo alla responsabilità collettiva. «Il Signore sostenga Alessandro, che Antonio ha salvato, e renda tutti noi più attenti a custodire la vita. Che il ricordo di Antonio non sia soltanto memoria di una tragedia, ma diventi anche un richiamo alla responsabilità, alla solidarietà e alla costruzione di una società in cui il lavoro sia sempre fonte di vita e mai causa di morte».

L’uscita del feretro dal santuario è stata accompagnata dal suono delle campane e da un commosso silenzio. Un ultimo saluto carico di affetto per un uomo che, fino all’ultimo istante della sua vita, ha compiuto il gesto più grande che un padre possa fare: sacrificarsi per salvare il proprio figlio.

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