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“C’è ancora domani”, il film capolavoro della Cortellesi (spoiler trama)

da Sara Calvano
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«scuola e lavoro, che temi originali

se non per quella vecchia idea de esse tutti uguali

e senza scudi per proteggermi ne’ armi

per difendermi

ne’ caschi per nascondermi ne’ santi

a cui rivolgermi

ho solo questa lingua in bocca e se

mi tagli pure questa

io non mi fermo, scusa, canto pure

… a bocca chiusa»

 

“C’è ancora domani” è il film di Paola Cortellesi, il debutto per lei da regista. L’attrice nel film è anche co-sceneggiatrice e interpreta la protagonista Delia.

Il film narra lo spaccato di storia del dopoguerra, siamo nella Roma del 1946. Una storia in bianco e nero. L’inizio appare quasi fiabesco, Delia incarna la Cenerentola di turno, donna dedita alla casa, alla famiglia che si prende cura del suocero malato, Sor Ottolino, “padre padrone”.

Un uomo anziano e dispotico, che sebbene con un piede nella fossa ha ancora la forza di dar fiato alla bocca e rivendicare la supremazia dell’uomo sull’essere donna, disprezzando a più riprese la nuora.

Delia lo accudisce come farebbe una buona figlia, nonostante il suo caratteraccio.

Sin dalle prime scene è palpabile la sottomissione della protagonista al marito Ivano, interpretato da Valerio Mastandrea. Ivano è un uomo autoritario che, sulla scorta degli insegnamenti del padre, impone la propria autorità con modi rudi e violenti, e quando la frustrazione prende il sopravvento, riversa la sua rabbia sulla moglie, picchiandola e sminuendola.

Si susseguono scene in cui Delia si destreggia tra due piccoli figli maschi scalmanati e una ragazza, ormai quasi donna, Marcella, in procinto di fidanzarsi ufficialmente con Giulio, un ragazzo apparentemente per bene e di buona famiglia borghese.

È una storia ordinaria, che ritrae quella che potrebbe essere la narrazione della realtà vissuta dai nostri nonni o bisnonni al termine della guerra quando “c’erano ancora gli Americani”.

La sceneggiatura, è curata in ogni minimo dettaglio. La famiglia di Delia vive in un sottoscala, i tre  figli dividono la stanza, la povertà e la miseria emergono nei particolari.

Delia è vittima di violenza domestica da parte del marito ed è costretta a subire anche i rimproveri della figlia Marcella, consapevole dei soprusi subiti dalla madre.

Nonostante la protagonista sembri essere, per buona parte del film, una donna piegata ai dettami della società patriarcale, ancora predominante nell’Italia di quell’epoca, si rivelerà nel corso della pellicola estremamente forte, in grado di agire in sordina per raggiungere i suoi scopi.

La protagonista, ogni mattina, svolge tre lavori diversi per contribuire alle spese familiari e garantire un pasto ai figli, facendo la cresta su una parte dei miseri guadagni per comprare l’abito di nozze alla figlia Marcella. Il colpo di scena è dato dalla presa di coscienza da parte di Delia che l’uomo che sta per sposare la figlia non è in realtà il bravo ragazzo in cui sperava. Alcuni suoi comportamenti mostrati verso Marcella richiamano quelli di Ivano nei confronti di Delia. A tal punto, sebbene la protagonista sembri inerme davanti agli eventi, riesce a scongiurare il matrimonio della figlia facendo saltare in aria il bar appartenente alla famiglia di Giulio, cosicché Ivano, il marito, impedisse alla figlia di sposarlo perché nullatenente.

Gli unici momenti di conforto della protagonista sono quelli che condivide con l’amica Marisa, sua confidente, con la quale vive attimi di spensieratezza. A lei chiede complicità. La domenica successiva dopo la celebrazione della messa, Delia si sarebbe recata a fare le punture nel suo palazzo. In quel frangente, si fa largo nello spettatore l’idea che Delia voglia fuggire con l’uomo di cui è innamorata, il meccanico dell’officina, ex ragazzo di gioventù. Lui ad un certo punto riferisce alla protagonista che ha difficoltà lavorative, e pertanto ha deciso di abbandonare il paese e trasferirsi al Nord, chiedendole di scappare via con lui e pentendosi di averla lasciata andare trent’anni prima.

Il 2 Giugno 1946, dopo la morte del suocero, Sor Ottolino e peripezie varie, Delia lascia sul comodino della figlia Marcella i soldi tenuti da parte per comprarle l’abito da sposa, con un biglietto in cui invita la figlia ad utilizzare quei risparmi per studiare.

Delia indossa la camicia nuova cucita con le sue mani. Mette il rossetto e si avvia. Si susseguono scene di una folla in fermento prevalentemente femminile.

Il 2 Giugno 1946, Delia va a votare insieme a quasi 13 milioni di donne italiane per la prima volta, prendendo parte al referendum istituzionale in cui la popolazione è chiamata a scegliere tra  monarchia e repubblica.

“C’è ancora domani” racconta il riscatto delle donne. L’amore che Delia nutre per la figlia e un foglio stropicciato con su scritto il suo nome, le infondono il coraggio per dare una svolta e contribuire al cambiamento.

Le beghe familiari e il regime coniugale cui sottostà la protagonista, semplicemente perché non conosce altre realtà, si riveleranno nel corso della pellicola solo la cornice di un disegno di più ampio respiro, che rispecchia la coscienza collettiva delle donne nel secondo dopoguerra, ove in un contesto prettamente maschilista si fa largo la loro consapevolezza, la voglia di libertà ed emancipazione.

Sebbene l’intera pellicola sia in bianco e nero, si percepiscono delle sfumature che lasciano presagire la speranza di un’alternativa, un mondo a colori, dove la donna possa raggiungere gli stessi diritti dell’uomo.

Per la prima volta le donne tolgono il rossetto non per compiacere un uomo, ma davanti alle urne spontaneamente, col fazzoletto o con la mano, per non lasciare segni di riconoscimento ed invalidare le schede elettorali chiuse con la bocca.

Indelebile resta la scena dove Marcella, la figlia, trovata in casa la tessera elettorale persa da Delia corre incontro alla madre porgendogliela in mezzo alla folla. Il suo sguardo comunica tutto l’orgoglio che nutre nei confronti della donna. Il film termina con l’espressione incredula sul volto di Ivano sulle note di “A bocca chiusa” di Daniele Silvestri.

Una rappresentazione, quella della Cortellesi, di un’attualità sconcertante, che racchiude la forza intrisa negli ideali, l’importanza dello studio quale fonte di libertà e indipendenza, il coraggio dell’essere donna, in una realtà dove ancora si fatica a raggiungere la parità dei sessi, in una società dove sussiste la pretesa che la donna debba essere al contempo, moglie, mamma e lavoratrice impeccabile pur subendo ancora troppi soprusi dettati da una mentalità maschilista.

Il seguente monologo, tratto dal film di Greta Gerwing, racchiude quello che è lo stereotipo della donna ancora oggi: “devi essere magra, ma non troppo magra, non puoi mai dire che vuoi essere magra, devi dire che vuoi essere sana, ma devi comunque essere magra. Devi avere soldi, ma non puoi chiedere soldi perché è volgare; devi essere un capo ma non puoi essere cattiva; devi comandare ma non puoi schiacciare le idee degli altri; devi adorare essere una madre ma non parlare dei tuoi figli tutto il tempo; devi essere una donna in carriera ma prenderti anche  cura delle altre persone, devi rispondere dei cattivi comportamenti degli uomini il che è allucinante, ma se lo fai notare vieni accusata di lamentarti, devi rimanere bella per gli uomini, ma non così bella da tentarli troppo o minacciare le altre donne, perché ci si aspetta che tu sia parte della sorellanza pur facendoti notare. E sii sempre grata, ma non dimenticare che il sistema è truccato quindi trova il modo di riconoscerlo ma rimanendo pur sempre grata. Non devi mai invecchiare, mai essere scortese, mai darti le arie, mai essere egoista, mai cadere, mai fallire, mai mostrare paura, mai essere sopra le righe. È troppo difficile, troppo contradditorio, e nessuno ti dà una medaglia né ti dice grazie. Anzi alla fine viene fuori non solo che sbagli totalmente ma che è anche tutta colpa tua”.

Il film della Cortellesi, che si riscopre un’eccellente regista oltre che un’attrice superlativa, si rivela un capolavoro. La pellicola è scorrevole, si alternano vari generi, e anche i momenti drammatici e di violenza sono trattati con la giusta sensibilità, a volte anche con ironia, senza mai trascendere nel  banale. Dopo l’anteprima in Concorso alla Festa del Cinema di Roma 2023, “C’è ancora domani” si è aggiudicato il premio del pubblico, una menzione speciale e premio speciale della giuria, resta il film italiano più visto del 2023 con un incasso che sfiora i 13 milioni di euro.

La storia raccontata, resta un monito a ricordare con quanta fatica sono state raggiunte le conquiste femminili, a tutelarle e preservarle. “C’è ancora domani” è uno sprone alla ribellione per le donne tuttora vittime di violenza domestica.

Delia è in ognuna di noi.

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