Pubblichiamo integralmente l’intervento della coordinatrice cittadina del progetto Sai (Elvy Zurlo prima a sinistra nella foto giù), durante l’incontro che si è tenuto questa sera nel chiostro del Municipio. Un momento di confronto sui temi dell’accoglienza che ha visto Mesagne protagonista oramai da dieci anni. Un incontro che suggella il lavoro che si sta facendo con i laboratori di Taranto e che vedrà la conclusione il prossimo 18 luglio in occasione de La Taranto in Festa, manifestazione che si svolgerà in piazza Porta grande.

Sento il dovere di fare una premessa. Il titolo di questo incontro nasce da una necessità: la necessità dell’uomo di accogliere. Se ci pensiamo bene, se noi, in famiglia, al lavoro, con i nostri figli, con le nostre mogli o i nostri mariti, non praticassimo l’accoglienza, la nostra vita sarebbe impossibile. Tutti i rapporti umani sono fatti di ascolto e di accoglienza e solo così possono garantirci serenità e felicità.
Abbiamo deciso di parlare di accoglienza proprio qui, nel chiostro del nostro Comune.
Se guardo la bellezza e la storia di questo chiostro, vi confesso che l’emozione è difficile da trattenere. Non siamo in una piazza o in una sala qualunque: siamo nel cuore pulsante delle istituzioni cittadine, e non è un caso. Dieci anni fa, esattamente nel settembre del 2016, questo progetto SAI non è nato per inerzia, ma perché è stato fortemente e tenacemente voluto dal Comune, da un’Amministrazione che ha scelto di metterci la faccia e l’impegno.
Dieci anni sono un pezzo di vita e, in questo momento, sento la necessità, quasi viscerale, di ripulire il campo dalle parole tossiche che respiriamo ogni giorno. La parola “accoglienza” oggi è ferita. Fa paura. Viene usata troppo spesso per spaventare o per fare propaganda.
Questo accade perché accogliere ci costringe a guardare ciò che chiamiamo “diverso”.
Vi chiedo, però, di fermarci a riflettere sulla bellezza di questo termine. Da appassionata della lingua italiana, sono andata a ricercarne il significato etimologico più puro. “Diverso” deriva dal latino divertere: voltarsi altrove, prendere un’altra direzione, deviare da un sentiero, da una strada prestabilita.
Il diverso non è una minaccia; è semplicemente un essere umano che sta percorrendo un’altra strada e la cui traiettoria, per un disegno del destino, incrocia la nostra. La stigmatizzazione non colpisce il migrante in quanto tale, cioè una persona che migra, ma il significato distorto che, negli ultimi anni, la parola “migrante” si porta dietro. Colpendo il migrante, si colpisce l’essere umano che ci ricorda che la vita non è una linea retta, identica e rassicurante per tutti.
E dove si incontrano queste traiettorie? Non nelle grandi teorie, ma nella vita di tutti i giorni: a scuola, al lavoro, in casa. Spesso pensiamo che l’accoglienza sia un dovere nostro, qualcosa che viene “concesso”. Ma la verità che ho vissuto sulla mia pelle è un’altra: il primo esercizio di accoglienza lo fanno proprio i beneficiari.
Ogni nostro appartamento è un incredibile crocevia di lingue, tradizioni e culture che si scontrano e si intrecciano, di profumi di cucine che non si erano mai incontrate prima. C’è uno sforzo enorme, quotidiano, quasi eroico, che questi ragazzi compiono per comunicare nell’unica lingua veicolare possibile: l’italiano.
In quelle stanze ho visto la vita accadere nella sua forma più autentica. Ho sentito ragazzi provenienti da Paesi in guerra chiamarsi tra loro “bro”, “fratello”, per stemperare i malumori e superare differenze culturali profonde. Li ho visti abbracciarsi nei momenti di sconforto e di lutto, a migliaia di chilometri da casa. Il dolore per la morte di un fratello o di un genitore, a sei o settemila chilometri di distanza, può comprenderlo davvero solo chi vive ogni giorno quello stesso distacco.
Ma ho visto anche la normalità più autentica: litigare per la musica troppo alta, per le videochiamate nel cuore della notte a causa dei fusi orari, studiare insieme le regole della raccolta differenziata o venire da noi, furiosi, per denunciare il compagno di stanza che non aveva lavato i piatti o pulito la cucina.
[…]
Grazie per avermi dedicato questo tempo.
Adesso è giunto il momento di presentare le persone che interverranno.
Innanzitutto porto i saluti dell’assessore alle Politiche sociali, dottor Vincenzo Sicilia, e del dottor G. Negri, che purtroppo, per impegni sopraggiunti all’ultimo momento, non hanno potuto essere qui con noi.
Vi presento il sindaco del Comune di Mesagne, dottor Francesco Rogoli, e la vicesindaca, dottoressa Annamaria Scalera, che interverranno tra poco.
Vi presento inoltre la dottoressa Stefania Palana, RUP del progetto SAI Mesagne, il mio punto di riferimento più solido nel lavoro di ogni giorno.
Don Pietro De Punzio, parroco del Santuario Mater Domini di Mesagne e vicario foraneo, è soprattutto la luce che guida l’operato della Casa di Zaccheo, un centro di accoglienza e solidarietà che rappresenta un punto di riferimento per l’intero territorio brindisino.
Infine, la dottoressa Lorena Cafueri, fondatrice e organizzatrice di “Taranta in Festa”, che tra poco illustrerà il valore sociale della nostra collaborazione.








