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In ricordo di “Tetta l’Uschapagghiara” – di Davive Daloisio

da Cosimo Saracino
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“Eri nata il 9 Marzo 1928 ed avevi subito conquistato il Cuore di un giovane atletico appena tornato a Mesagne. Lavoravi con tua zia al panificio e stavi imparando uno dei mestieri più Belli del Mondo. Le tue origini erano umili e tempestose. Nella tua famiglia di origine era normale essere un po’ malandrini. Ma poi un giorno sotto la porta del panificio arriva un uomo, occhi azzurri, biondino con una buona parlantina. Era Gino Biglioncino e Tu la prima volta lo rifiutasti perché ti eri gia “Prummisa”. Il promesso però tardava ad arrivare e così cedesti alle lusinghe sempre signorili del nonno Gino. Cominciò così una delle più affascinanti storie d’Amore di Mesagne.

Tanto affascinanti da spingermi a scrivere un romanzo. Il tuo forno profumava di focacce “tuttu lu Bburiu Nuevu” e sfornava panetti di Pane “fattu a ccasa” impastato ogni mattina. La sveglia suonava prestissimo, sempre intorno alle 4. Mi ricordo ancora la fontanella e le tue mani tutte appiccicose di farina. Da lì partivi ad impastare e ogni giorno creavi. Pani, Fucazza, Stacchioddi, e tutto quello che serviva per sfamare e fare Felici. Per questo quando entravi in Cucina come tutte le nonne salentine ti mettevi a cucinare meravigliose Parmigiane. E poi la Frittura, giornaliera, quasi come una preghiera quotidiana, non doveva mai mancare. Ogni giorno c’erano Melanzane, Zucchine, Cornoletti e Panzerotti mesagnesi. La tua opera d’arte però erano le Polpette, un piatto che nessun stellato potrà replicare.

Non erano solo palline di un ammasso di ingredienti. Erano insiemi di saperi e sapori tramandati da Madre in Figlia. Così un giorno, in cui ero meno turbolento, decisi di spiare il tuo procedimento. E lì si aprì un mondo. Ancora oggi le Tue Polpette sono il mio piatto preferito in assoluto. Un piatto però che Tu usavi per dimostrare il Tuo Amore a Tutti i tuoi figli era la Fucazza Chena. Ci sono tre parole che a Mesagne hanno lo stesso significato. Nonna, Amore e Fucazza Chena. Ramere e Ramere di Fucazza Chena viaggiavano come una Trainella da Via San Lorenzo alle case dei tuoi amati figli. Non eri una Mamma sentimentalista, anzi eri rude, fortissima, una roccia con due bicipiti scolpiti dalle fatiche del panificio. Ma eri sempre una Mamma e mostravi tutta la tua tenerezza con l’esempio, senza parlare. Avevi resistito a tutte le scorribande del nonno, ai suoi capricci, alle sue ubriacature. Sin dall’inizio avevate fatto di quel panificio il vostro cuore pulsante, di giorno si vendeva e si infornavano pane e ‘fucazze”, di notte si tostavano le noccioline.

Eri l’ombra di Bigliuncinu, la sua inseparabile compagna, un carro armato vivente e allo stesso tempo l’unica Donna che sapeva tenerle testa. Dietro a molti successi commerciali del nonno c’è sempre stata la tua mano. Una benedizione per tutti noi che siamo cresciuti e siamo stati forgiati dal Tuo esempio. Senza di te e il nonno, l’intera famiglia Biglioncino non sarebbe esistita e senza di Te non si sarebbe mai riscattato questo soprannome che oggi tutti noi ci onoriamo di portare. Un giorno, una vedova ebbe compassione di Te nel vederti al freddo con i tuoi figli e promise di lasciarti la gestione del suo “Alimentari” alla Porta Grande. Quella vetrina si accese 73 anni fa e non si è mai spenta. Molte sono state le generazioni di mesagnesi che hanno mangiato e che ancora mangiano le noccioline la tumenaca. La villeggiatura in campagna era sempre intensa con Te, quasi come un’accademia militare. Nel tuo DNA però c’era anche l’Uschapagghiara e per non smentirti, la tua passione preferita era il Fuoco. Improvvisamente noi ragazzi vedevamo accendersi e crescere montagne di sterpaglie e colonne e ventate di fumo che ci affumicavano l’anima. Ma sapevamo sempre che dietro a tutto questo c’era la tua mano.

Eri letteralmente una picciafuecu. Un altro vizio era “rubare” e nascondere le cose dolci. Ogni tanto andavi a visitare i tuoi figli ai negozi e lì ti davi da fare a nascondere furtivamente tutte cose dolci e buone sotto il grembiule. E questo faceva arrabbiare la zia Rita che si preoccupava per la tua diabete e che in tasca ogni volta trovava di tutto. A proposito della tua mano ci sono almeno tre ricordi impressi nella mia memoria. Eri talmente forte che governavi, scannavi e spennavi le galline con le tue mani. Usando metodi terrificanti per noi ragazzini. Ma Tu lo facevi per sopravvivenza. E poi i fichi secchi e le pere “putricine” che non dovevano essere toccate, altrimenti la dolorosa conseguenza era una corsa in cui tu ci inseguivi a colpi di cucchiara di favi con l’aggiunta di qualche colorito “Camina Figghiu ti Enne” o nei casi di trasgressione grave “A Jeni qua Figghiu ti Z”. Che tempi divertenti! Che risate!

Un’altra cosa divertente era scherzare con la tua leggera sordità. Non abbiamo mai scoperto cosa non riuscivi a sentire, ma su un argomento eri particolarmente sensibile. “Ni vuei nnu millioni Nò?” E subito dopo, il tuo orecchio, in maniera quasi miracolosa, e tra le nostre risate, tornava a funzionare! L’estate però era anche il tempo della sarza ti pummitori e delle fave schantati. Tu ci davi la schantaredda nella mano e ci mettevi tutti a lavorare e a schantare. E nel frattempo cantavi, antichi canti che misti al suono delle cicale fermavano il tempo e lo rendevano eterno. Tanto eterno nella mia memoria come le foto che ci siamo fatte insieme e che Tu chiamavi “ritratti”. E io ridevo. Nella tua semplicità, infatti, non era ancora arrivata l’innovazione della fotografia, ma viveva ancora la sublime tecnica de “lu ritrattu”, custodita quasi in aura romantica come gli amori di altri tempi. Allora io prendevo il telefono per farci un impoverito e freddo “selfie” e Tu ogni volta rimanevi meravigliata dalla mia velocità nel “fare” ritratti.

Come una Mamma eri riuscita a costruire una famiglia unita, fortissima, orgogliosa di essere mesagnese e di servire i mesagnesi. E attorno a Te c’erano tantissime Donne, Madri, Figlie, Nipotine e Pronipotine che hanno ricevuto uno dei regali più belli, imparare dal tuo esempio. “Uè, Teresina, a jeni qua!” Le chiamavi tutte così, indipendentemente dal loro vero nome all’anagrafe. E qualora fosse capitato un uomo, la tua richiesta si modificava in: “Uè, Capacchiò a jeni qua!”.
Quando poi la giornata finiva e Tu eri stanca, ogni tanto sospiravi e dicevi sempre: “Ovi!” (Uova), era il tuo intercalare. Un suono che per me è diventato un’eredità e un modo di andare avanti nelle situazioni difficili. Con la Tua morte si chiude un’era. Ora sta a noi viventi continuare a scrivere ancora lunghe pagine di questo romanzo. E lo faremo in memoria di quello che avete costruito voi, orgogliosi di essere Biglioncino. Nella Resurrezione del Cristo sono sicuro di rivederti. Una Donna che per 95 anni è stato un esempio, una lavoratrice e una Mamma, Dio e Gesù non possono dimenticarla”

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