Nell’ambito del progetto eTwinning “INTO THE WILD”, la classe 2^C dell’I.C. “Giovanni XXIII-Moro”, Scuola Secondaria di I grado “A.Moro”, guidata dalle Professoresse Stefania Longo e Stridi Marzia, incontrano Gaetano Appeso, in quanto grande viaggiatore, conoscitore della diversità degli ambienti naturali e narratore di avventure affascinanti nei suoi bellissimi libri, per intervistarlo sulle sue esperienze dirette con la Natura.
L’incontro con il nostro ospite Gaetano Appeso inizia con la definizione, da parte della Professoressa Longo Stefania, del “viaggiatore”, prendendo spunto proprio dalle parole dell’autore di Asia estrema: il viaggiatore è a stretto contatto con la natura, la vive, la porta con sé e, oltre a quello a contatto con il mondo esterno, compie un viaggio interiore, un viaggio con se stesso perché, lontano dagli strumenti che abbiamo sempre a disposizione, si può soffermare a riflettere, a pensare, ad emozionarsi, a contemplare ciò che vede.
Gaetano Appeso saluta i ragazzi invitandoli e augurando loro di viaggiare quando saranno più grandi, non solo in Europa, ma anche negli altri continenti, dove potranno trovare gente che li aiuterà senza chiedere di niente in cambio e le persone che possiedono poco metteranno questo poco a disposizione. Quando si torna da un viaggio intenso non si ha più paura di chi ha un colore diverso dalla pelle, chi professa una religione differente. Viaggiare ci fa diventare persone migliori.
Tra video e foto spettacolari delle sue avventure in giro per il mondo, Gaetano Appeso ascolta con attenzione le domande dei ragazzi e colma le loro curiosità con semplicità e ricchezza di aneddoti che non possono non rapire. I ragazzi della 2^C cominciano la loro intervista con le domande proposte dai partner del progetto eTwinning provenienti da: Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia, Paesi Bassi.
Riccardo – Qual è la cosa necessaria più importante quando viaggi?
G.A. – Penso che le cose più importanti siano i documenti, i soldi e il rispetto per le persone che si visitano.
Niccolò – Qual è la sua destinazione preferita e perché?
G.A. – È difficile scegliere tra tante, ma la mia destinazione preferita è stata l’Australia, perché tutto è diverso, anche gli animali sono molto differenti dai nostri, ad esempio i canguri, i koala, i serpenti, l’echidne, gli emù e i kiwi.
Francesco D. – Ha mai incontrato persone le cui abitudini erano molto diverse dalle nostre?
G.A. – Sì, in Indonesia c’è una popolazione che pratica il cannibalismo.
Giulia – Qual è la cosa più importante che ha imparato su te stesso durante i suoi viaggi?
G.A. – Durante i miei viaggi ho capito l’importanza di non lamentarsi mai, specialmente per il cibo. Una volta ho persino mangiato un pipistrello senza saperlo. Pensavo fosse pollo e mi è piaciuto perché avevo molta fame. In Thailandia i pipistrelli sono così grandi da essere chiamati “volpi volanti”. C’è stato un malinteso, perché “baht” è la moneta locale e io avevo ordinato lo stesso pasto di una signora seduta a un tavolo vicino; il proprietario della taverna ha pronunciato la parola “baht” e io pensavo di dover pagare, invece mi ha portato fuori e mi ha mostrato degli enormi pipistrelli appesi a un albero. Solo allora ho capito di aver mangiato un pipistrello e non del pollo.
Luca – Qual è stato il momento più spaventoso durante i tuoi viaggi?
G.A. – Penso sia stato in Mongolia, dove ho commesso un errore: ho preso l’autobus sbagliato e alla fine mi sono ritrovato in un posto diverso, senza sapere dove fossi. Perdersi in una regione così remota, dove non ci sono cartelli, dove la gente non parla la tua lingua è un grosso problema. Anche un’altra volta mi sono perso, in Siberia. Era maggio, ma faceva tantissimo freddo. Al calar del sole ho bussato alla porta di una capanna, mi ha aperto un omone e io, gesticolando, ho fatto capire che mi serviva un posto per dormire. Mi ha fatto entrare e mi ha fatto sistemare per terra con il mio sacco a pelo. La mattina dopo mi ha svegliato col piede per farmi andare via.
M. Stridi. – Questo episodio lo ha raccontato nel suo ultimo libro Hokis. Uno dei ragazzi aveva proprio questa curiosità: se ci fosse qualcosa di autobiografico in questo libro.
G.A. – Si, dovete sapere che sono uno dei quattro che va a fare l’esperienza. Noi siamo partiti con l’idea di fare il giro del mondo, ma non è stato facile perché non c’era modo di accedere alle informazioni sui paesi che andavamo a visitare. Il racconto è tratto da una storia vera, ma, in realtà il viaggio è durato molto di più. Per non rendere eccessivamente complicata la lettura del libro, ho deciso di dare questo assetto editoriale molto più snello, in modo da rendere il libro facile da leggere e da comprendere. E’ stata un’esperienza forte che ci ha molto messo alla prova.
M. Stridi. – La primissima esperienza a che età è avvenuta?
G.A. – È stata subito dopo il diploma, in Gran Bretagna. Non avevo molti soldi, sono partito con un mio amico e volevamo dormire tra le pietre di Stonehenge, per vedere l’alba del solstizio d’estate. Ci siamo infilati nei sacchi a pelo, ma faceva talmente freddo che non siamo riusciti a dormire e, a un certo punto, in piena notte, ci siamo spaventati moltissimo perché abbiamo visto arrivare dei serpenti di fuoco che, in realtà erano delle persone delle comunità dei paesi vicini che, con le candele in mano, in processione, seguendo un druido vestito di bianco, si avvicinavano a Stonehenge. Solo allora abbiamo capito che non dovevamo temere. L’esperienza fu talmente bella che lì feci la promessa a me stesso di continuare a viaggiare e a vedere il mondo.
Riccardo – In un mondo dominato da GPS e da mappe digitali, quanto è importante saper leggere i segni della natura?
G.A. – È molto importante perché non c’è copertura ovunque, quindi è fondamentale sapersi adattare guardando le stelle di notte, oppure il muschio durante il giorno, per individuare dov’è il Nord, per poi capire in che direzione andare.
Niccolò – Come si prepara, fisicamente e mentalmente, prima di partire per una meta molto difficile?
G.A. – Prima di tutto fisicamente, perché bisogna portare uno zaino in spalla molto pesante per diversi mesi, e poi anche leggendo, perché bisogna conoscere i luoghi e le abitudini di una popolazione, leggere di chi è stato prima, in modo da individuare i luoghi da visitare e come arrivarci.
Il nostro ospite, prima di proseguire a rispondere alle domande dei ragazzi, si sofferma sull’importanza della lettura e su come, la scoperta, in età giovanile, come Salgari, Jules Verne e, successivamente, Sepulveda e Chatwin, abbiano certamente influenzato la sua voglia di avventura e di viaggiare.
Prosegue Giovanni – Lei come fa a mangiare nelle foreste o nelle campagne?
G.A. – Si parte sempre dal presupposto che, essendo Italiani, ovunque andremo mangeremo male. Nel mio zaino porto sempre dei tarallini, sono leggeri, sono buoni e mi ricordano la mia terra. Hanno il solo difetto di finire e quando questo avviene, bisogna adeguare la nostra dieta a quella della comunità che ci ospita. Le comunità che vivono nelle foreste mangiano frutta, i pesciolini dei fiumi, la carne delle scimmie. In Indonesia mi è capitato di essere ospite di una tribù e i nativi sono raccoglitori di frutta e cacciatori di topi enormi, che poi mangiano cotti, dopo averci spalmato sopra una salsina prodotta da un frutto molto dolce.
Giulia – Solitamente quanto durano i suoi viaggi?
G. A. – Dipende: da alcune settimane, quando la regione da visitare è limitata, come l’Artico, ad alcuni mesi, quando le zone sono molto più ampie, come l’Amazzonia, il Sud-Est asiatico, la Cina, l’Australia, la Siberia, il Nord America. Dipende anche da quanto c’è da documentare perché questi viaggi che faccio, hanno una finalità: per ogni viaggio scrivo delle relazioni che poi, corredate di fotografie, deposito alla Società Geografica Italiana.
Gianmarco – Quando viaggia, le manca la sua famiglia?
G.A. – Verso la fine del viaggio sento molto la mancanza della famiglia e di casa. C’è un segnale: quando comincio a sognare le polpette fritte, quello è il richiamo della madrepatria!
Francesco Q. – Qual è il paese con più panorami naturali che ha visitato?
G.A. – La Cina offre un ventaglio di panorami diversificati. È molto grande, quasi quanto l’Europa e ha una popolazione che è otto volte quella europea. Ospita tutte e quattro le stagioni contemporaneamente, ad esempio in una regione del Tibet, con la catena montuosa dell’Himalaya, è sempre tutto ghiacciato, invece nel Nord-Ovest c’è la zona desertica della Cina, nel Sud- Est ci sono grandi foreste e i picchi calcarei e poi ci sono le grandi città a Nord-Est.
Francesco D. – Cosa si prova davanti a un paesaggio completamente nuovo?
G.A. – Si rimane un po’ spiazzati, perché quando un paesaggio è nuovo per l’occhio e per la mente, la prima reazione è quella di rimanere fermi a fissarlo, ad elaborarne ogni dettaglio, quindi si prova stupore seguito da contemplazione.
Maryam – Qual è stato il luogo più bello per lei tra le città che ha esplorato?
G.A. – È difficile rispondere perché ce ne sono tante, ad esempio Xi’an, in Cina che è la città imperiale, con un’architettura completamente nuova per noi e dove è custodito l’Esercito di terracotta, la cui visione stupisce e intimorisce.
Nicolò – Qual è il viaggio più lungo che ha fatto?
G.A. – Il Sud-Est asiatico, un viaggio che è durato tre mesi, durante il quale ho attraversato cinque paesi dell’Indocina e l’Indonesia.
Giada – Quante lingue parla?
G.A. – Un po’ di Inglese, Francese, Spagnolo, sono delle lingue, insieme all’Italiano, necessarie per poter dialogare in vari luoghi. Nella zona più a est della Siberia, ad esempio, qualcuno parla Italiano perché c’è l’Università dell’Italiano.
Sharon – C’è stato qualche viaggio che aveva paura di affrontare?
G.A. – In realtà un po’ tutti, c’è sempre un po’ di timore prima partire, ma non bisogna averne vergogna, perché la paura, in situazioni non familiari, ci fa essere prudenti. Quando poi si comprendono i meccanismi di una cultura e si entra nella quotidianità del posto, la paura piano piano scompare, ma la prudenza ci deve essere sempre. Ad esempio, ho avuto paura quando mi sono perso, o quando mi sono ammalato ed ero solo, in Messico.
Yasmine – Quando ha scritto il suo primo libro?
G.A. – Nel 2012, Email dall’Amazzonia, quando sono tornato dalla Foresta Amazzonica. Si tratta di una raccolta di email che io scrivevo ai miei amici quando mi trovavo in Amazzonia, una sorta di taccuino di viaggi, in cui raccontavo in modo divertente delle varie disgrazie che ci capitavano, come la malaria, l’essere derubati. Era anche difficile scrivere delle email, in alcuni villaggi, però, fortunatamente, c’era la capanna col computer, grazie a un progetto del governo brasiliano, che gli abitanti potevano usare in casi di emergenze e difficoltà.
Benedetta e Giulia – Questa estate vorremmo intraprendere il cammino di Santiago. Lei desidererebbe farlo? Ce lo consiglia?
G.A. – Non l’ho ancora fatto, ma ritengo che sia un’esperienza bella e formativa, e consiglio di farla dall’inizio alla fine e anche oltre. Vi consiglio di fare tante foto e scrivere un diario di viaggio quotidianamente. Io, ad esempio, porto con me un taccuino di viaggio, ogni sera, o durante i lunghi viaggi, annoto tutto quello che è stata la giornata: emozioni, sensazioni, disappunti, le cose che vedo, come vive la gente del posto. I libri nascono on the road, poi, una volta arrivato a casa, riporto sul computer quanto avevo scritto sul taccuino, magari in modo più completo, oppure aggiungendo o migliorando qualcosa. In questo modo ogni capitolo è diverso dall’altro, riflettendo lo stato d’animo del momento, a seconda delle situazioni.
S. Longo – I libri di Gaetano Appeso non sono mai scontati: potete trovare tutta una serie di novità, di emozioni. Ci si immerge nelle realtà vissute e descritte in quelle pagine. Il nostro incontro volge al termine e, siccome le curiosità sarebbero ancora tante, Gaetano Appeso ci invita a seguirlo sui social per godere della bellezza di foto e video dei suoi viaggi. Gaetano Appeso saluta i ragazzi rinnovando l’invito a viaggiare e a scoprire nuove realtà e la 2^C torna in classe con una ricchezza che non viene dallo studio sulle pagine dei libri, ma dall’aver condiviso la meraviglia del viaggiare, anche solo con la mente, grazie ai racconti ascoltati.








