Home PoliticaLa Festa de L’Unità torna dopo 14 anni. Enrica Sconosciuto: «Noi giovani costruiamo il futuro»

La Festa de L’Unità torna dopo 14 anni. Enrica Sconosciuto: «Noi giovani costruiamo il futuro»

da Cosimo Saracino

Dopo 14 anni di assenza, la Festa de L’Unità è tornata a Mesagne, riportando nella Villa comunale uno storico appuntamento di partecipazione e confronto politico. L’iniziativa, che si è svolta ieri sera, ha registrato una significativa partecipazione e ha rappresentato un’occasione per discutere di temi nazionali e locali, con uno sguardo rivolto soprattutto alle nuove generazioni.

Tra gli interventi della serata quello di Enrica Sconosciuto, segretaria provinciale dei Giovani Democratici e membro della direzione nazionale, che dal palco della Festa de L’Unità ha affrontato numerosi temi al centro del dibattito politico e sociale: dal lavoro al diritto allo studio, dalla casa alla salute mentale, dalla parità di genere alla sicurezza, fino all’ambiente, all’intelligenza artificiale e alla partecipazione democratica.

Un intervento che ha posto al centro anche il ruolo delle nuove generazioni all’interno del Partito Democratico e la necessità, espressa da Sconosciuto, di recuperare il valore della militanza, del confronto e della presenza della politica nei luoghi della comunità.

Di seguito pubblichiamo integralmente l’intervento di Enrica Sconosciuto pronunciato durante la Festa de L’Unità di Mesagne.

Questa festa nasce da una consapevolezza precisa: una comunità che cresce è una comunità che condivide, che discute, che coinvolge, senza lasciare indietro nessuno. È un onore e una grandissima responsabilità rappresentare, su questo palco, il gruppo dei Giovani Democratici della provincia di Brindisi e constatare che, in Puglia come nel resto d’Italia, le Feste de L’Unità si stanno riappropriando del posto che più gli appartiene: i luoghi di incontro della gente.

Di questo, il più grande merito va attribuito ai militanti che, a Mesagne come altrove, curano per mesi – con responsabilità e dedizione – ogni dettaglio di ciò che vedete stasera attorno a noi, riunendosi quasi ogni giorno dopo lunghe giornate di lavoro o prima di iniziare un turno, tenendo aperte le sezioni cittadine del Partito.

E credo che proprio da qui dobbiamo ripartire. Dalla comunità. Dalla militanza. Dalla politica che torna a stare in mezzo alle persone. Ma, soprattutto, dal coraggio. Il coraggio di avere delle posizioni. Il coraggio di dire che la sicurezza è un diritto di tutti, ma che sicurezza non può significare soltanto repressione: significa anche scuole, servizi, lavoro dignitoso, periferie vive, carceri che rispettino la dignità umana. Perché oggi nelle carceri italiane ci sono oltre 64 mila persone, a fronte di poco più di 51 mila posti regolamentari, con decine di istituti oltre il 150% di affollamento. E il coraggio significa anche non voltarsi dall’altra parte davanti a Gaza.

Come Partito Democratico, abbiamo il dovere di chiamare le cose con il loro nome quando il diritto internazionale viene violato e quando una popolazione civile viene sottoposta a una tragedia immane. La nostra posizione è chiara: fermare le violenze, garantire gli aiuti umanitari, riconoscere il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione e costruire una pace fondata sulla soluzione dei due Stati. Perché una sinistra che ha paura delle proprie parole finisce per non avere più una propria identità. E noi, invece, dobbiamo tornare ad avere un volto. Un volto riconoscibile.

Quello di chi difende la scuola pubblica e l’inclusione. Quello di chi pensa che un bambino non debba essere escluso perché nasce in una famiglia povera, perché ha una disabilità o perché ha una storia familiare diversa. Quello di chi considera gli asili nido una politica economica, sociale e di libertà, non un semplice servizio. Oggi, nei servizi educativi per la prima infanzia, abbiamo 31,6 posti ogni 100 bambini tra zero e due anni. E il PNRR aveva previsto un investimento enorme proprio per aumentare quei posti. Perché sostenere le famiglie significa anche permettere alle donne di lavorare e ai bambini di crescere in luoghi di educazione e socialità.

E significa parlare di casa. Perché non possiamo continuare a chiedere ai giovani di costruirsi una vita autonoma quando il costo della casa e degli affitti rende quell’autonomia sempre più difficile. Oggi, più di due terzi dei giovani tra i 18 e i 34 anni vivono ancora nella famiglia d’origine. E l’Istat individua proprio nella precarietà lavorativa, nelle difficoltà di accesso alla casa e nell’incertezza economica alcuni dei fattori che ritardano il percorso verso l’autonomia.

Questa è politica. E, se parliamo di giovani, dobbiamo dirlo con chiarezza: la nostra generazione non è disinteressata alla politica. È una generazione che ha idee, che si mobilita, che studia, che si indigna, che partecipa. Alle europee del 2024, il Partito Democratico è risultato il primo partito tra gli under 30, con il 18%, secondo le rilevazioni YouTrend. Ma questo dato non deve diventare un motivo per accontentarci: deve diventare una responsabilità. Perché, se una ragazza o un ragazzo ci vota, poi dobbiamo essere capaci di rispondere alla domanda più difficile: che futuro gli stiamo costruendo? E, in Puglia, questa domanda, oggi, passa anche dal diritto allo studio. Nelle ultime settimane, migliaia di studentesse e studenti pugliesi hanno vissuto nell’incertezza sul futuro delle borse di studio ADISU. Parliamo di circa 20 mila idonei. Le graduatorie definitive sono arrivate il 24 settembre, ma il fatto stesso che migliaia di ragazze e ragazzi abbiano affrontato l’inizio dell’anno accademico senza certezze ci dice che il diritto allo studio non può essere una promessa: deve essere una garanzia.

E dobbiamo avere il coraggio di mettere al centro del dibattito anche ciò di cui troppo spesso non si parla. La salute mentale. I disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. Il disagio psicologico di una generazione cresciuta dentro una trasformazione enorme, tra pandemia, precarietà, social network e aspettative sempre più difficili da sostenere. La salute non è soltanto quella del corpo. E investire nella salute significa investire nella sanità pubblica, nella prevenzione, nella ricerca. Significa investire nella scuola e nell’università. Significa smettere di considerare queste voci come un costo e iniziare a considerarle per quello che sono: l’infrastruttura del futuro del Paese. Perché possiamo discutere sui numeri dei bilanci, ma non possiamo negare che esistano specifiche riduzioni di finanziamento in settori come la ricerca, la scuola e la prevenzione sanitaria, mentre il PD chiede, invece, di rafforzare strutturalmente questi ambiti.

E quindi ci sono le donne. E qui il coraggio assume un significato ancora più grande. Perché le quote di rappresentanza sono importanti, ma non bastano. La parità non è soltanto avere più donne nei consigli di amministrazione o nelle liste elettorali. La parità significa dividere il lavoro di cura. Significa un congedo realmente paritario. Significa permettere a una donna di diventare madre senza dover scegliere tra la maternità e il proprio lavoro. La proposta sostenuta dal PD per cinque mesi di congedo al 100% per ciascun genitore è stata bocciata in Parlamento: noi dobbiamo continuare a considerare la parità genitoriale una questione di libertà e di giustizia sociale.

E, proprio parlando di libertà, pochi giorni fa abbiamo salutato Emma Bonino ed, oltre ogni appartenenza, abbiamo considerato un assunto semplice e terribile: i diritti non sono mai acquisiti per sempre. Il suo insegnamento è semplice: i diritti vanno difesi. E’ stata una donna che ha avuto il coraggio di combattere battaglie che, quando le iniziò, sembravano impossibili. Alcune di queste battaglie non sono finite, a partire da quella per la libertà delle donne di vivere relazioni fondate sul rispetto e sul consenso. Nel 2024 sono state 116 le donne vittime di omicidio; 106 sono state stimate dall’Istat come vittime di femminicidio. Nel 2025, inoltre, circa 6 milioni e 400 mila donne italiane tra i 16 e i 75 anni hanno dichiarato di aver subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita. E, nel primo semestre del 2026, sono stati registrati 34 femminicidi. Di fronte a questi numeri non basta indignarsi dopo l’ennesimo femminicidio. Serve prevenzione. Serve educazione. Serve educazione sessuo-affettiva. Serve insegnare il consenso, il rispetto, la libertà dell’altra persona. E serve farlo nella scuola. Per questo continueremo a batterci contro una politica che pone ostacoli all’educazione all’affettività e al consenso proprio nei luoghi in cui sarebbe più necessaria.

Serve, poi – sotto ogni profilo –, un nuovo ambiente. E anche qui dobbiamo avere il coraggio di non scegliere tra sviluppo e sostenibilità, di intraprendere la strada dello sviluppo sostenibile che ci consenta anche di difendere una delle nostre più grandi ricchezze: il patrimonio paesaggistico. E la transizione energetica non può essere raccontata come una minaccia: deve diventare una grande politica industriale, capace di creare lavoro, innovazione e autonomia energetica. Oggi, la quota di energia da fonti rinnovabili sui consumi finali è al 19,4%, ancora troppo lontana dalla traiettoria necessaria per gli obiettivi fissati al 2030. E, insieme alla transizione energetica, dobbiamo governare quella tecnologica.

L’intelligenza artificiale c’era già, ma adesso è qui. L’Europa ha iniziato ad applicare il suo AI Act e l’Italia ha approvato una propria legge sull’intelligenza artificiale. Ma la sfida non è soltanto stabilire cosa può fare un algoritmo. È decidere cosa succede ai lavoratori, ai dati personali, alla scuola, all’informazione, alla democrazia. La tecnologia deve essere uno strumento nelle mani delle persone, non un potere senza regole nelle mani di pochi.

E poi c’è il lavoro. Un ragazzo di 22 anni, Andrea Moretti, è morto pochi giorni fa mentre lavorava al Colosseo, precipitando da circa dieci metri. La Procura di Roma indaga per omicidio colposo legato alla sicurezza sul lavoro. E io penso che, davanti a una morte così, non possiamo limitarci a dire che è stata una tragedia. Dobbiamo dire che il lavoro deve essere sicuro. Sempre. E deve essere pagato dignitosamente. Per questo servono salari più alti, un salario minimo, meno precarietà e una lotta senza tregua ad ogni forma di caporalato. Perché il caporalato non è un fenomeno lontano. È anche in Puglia. È in agricoltura. È sfruttamento. È lavoro senza diritti. Ancora oggi, l’INPS è impegnata in campagne straordinarie contro lo sfruttamento lavorativo proprio nelle aree agricole a maggior rischio.

Infine, non per ultimo, perchè fondamenta di ognuna di queste questioni, c’è la democrazia. C’è il diritto di voto. E c’è una legge elettorale che, in queste settimane, è al centro di uno scontro parlamentare molto duro. Il Partito Democratico ha contestato sia il nuovo sistema elettorale sia le modalità con cui viene affrontato il voto dei fuori sede, chiedendo procedure più semplici e realmente accessibili a chi studia o lavora lontano dal proprio comune di residenza. Gli emendamenti PD presentati su questo punto sono stati respinti. E non è un dettaglio. Perché una ragazza di Mesagne che studia a Milano, Torino o Roma non deve essere costretta a scegliere tra il proprio futuro e il proprio diritto di voto. La democrazia deve inseguire la vita delle persone, non costringerle a fermarsi per poterla esercitare.

E così arriviamo al 2027. Perché il 2027 non deve essere soltanto un appuntamento elettorale. Deve essere una sfida culturale. Una sfida che riguarda il Partito Democratico e riguarda noi Giovani Democratici. Noi possiamo essere il motore di un cambiamento anche dentro il nostro Partito. Possiamo chiedere più spazio, certo. Ma, soprattutto, dobbiamo prenderci più responsabilità. Dobbiamo avere il coraggio di proporre. Di discutere. Di ascoltare quando è necessario. Di criticare quando serve. E, soprattutto, dobbiamo tornare a parlare alle persone con parole semplici e con dati veri. Perché, in questi anni, si è fatta strada una cultura dell’odio che vive nelle piazze, nei social, nelle nostre discussioni quotidiane. E noi dobbiamo scegliere l’altra strada. Quella della verità. Quella del confronto. Quella della politica che non alimenta tifoserie, ma costruisce comunità. Lo abbiamo visto anche in questi giorni a Genova, davanti a una scuola, dove uno striscione realizzato dai bambini e dai loro genitori, con la scritta “Qui nessun* è straniero”, è stato rimosso dalla Digos e poi restituito dopo gli accertamenti della Questura. Al di là delle responsabilità specifiche che saranno chiarite, quella vicenda ci ricorda quanto sia importante difendere una scuola che insegna a stare insieme, non a costruire nemici. Perché noi non vogliamo una politica che abbia bisogno di un nemico per esistere. Vogliamo una politica che abbia bisogno di un futuro. E allora il nostro compito, da giovani, è proprio questo: non aspettare che qualcuno ci consegni il futuro. Ma Costruirlo. Con coraggio. Con le nostre idee. Con le nostre battaglie. Con la nostra presenza. E con la consapevolezza che la sinistra torna ad essere forte quando è riconoscibile, quando parla di lavoro, di diritti, di scuola, di casa, di salute, di ambiente, di libertà.

Quando torna a parlare alle persone e quando riesce a dare loro una cosa che oggi sembra rivoluzionaria: la speranza. Ce lo ha detto il Maestro Guccini nella sua “Ho ancora la forza” e noi questo insegnamento lo abbiamo ereditato: abbiamo ancora la forza di non tirarci indietro, di sceglierci la vita, masticando ogni metro. Buon Festa de L’Unità a tutti.

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