Quando si potevano mangiare anche le fragole.
A sinistra, una fragola in terracotta rinvenuta nel Parco Archeologico di Muro Tenente, qui restituita con foglioline ricostruite a scopo illustrativo.
A destra, una fragola come la conosciamo oggi.
Più di duemila anni le separano, eppure sembrano parlare della stessa cosa: un mondo vicino, familiare, fatto di terra, mani, stagioni e attesa.
Una fragola non è un monumento, né un’arma, né una moneta.
È qualcosa di piccolo, semplice, quotidiano.
E forse è proprio questo a renderla così vicina a noi.
Perché il sapore di una fragola attraversa il tempo: lo hanno conosciuto loro, lo riconosciamo ancora noi.
Basta morderne una e succede tutto insieme: il sole sulla pelle, la terra umida, l’odore dell’erba, l’estate che comincia.
È dolce, sì.
Ma è anche memoria.
Una piccola macchina del tempo, che ci riporta a un mondo più lento, più genuino, forse perduto.
Un mondo che ogni tanto riaffiora così: nella forma fragile e meravigliosa di una fragola.
Quando si poteva ancora mangiare senza pensieri








