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La pascaredda ti nna vota – di Carmelo Colelli

da Cosimo Saracino
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Anni fa in gran parte del nostro sud la Pasquetta si festeggiava proprio il martedì dopo Pasqua, anche nella nostra Mesagne vi era questa tradizione e si usava dire:

“Pasca, Pasconi e Pascaredda” ossia “Pasqua, Pasquone e Pasquetta” per indicare la Domenica, il Lunedì dell’Angelo e il martedì.

 

La pascaredda ti nna vota (segue versione in italiano)

 

Tant’anni aggretu la “pascaredda” a Misciagni si fistiggiavalu Martidia toppu Pasca. 

Staunu cristiani ca sciunu alla Grazia, atri ca sciunu alla Turretta e atri ancora ca sciunu a atri campagni vicinu allupaesi. 

Pi cuddu ca mi rricordu, si mangiaunu fucazzi, fucazzi chiini, purpetti e purpittuni, pagnotti cu murtatella e pruvuloni, e si mbivia vinu neru, cuddu bbuenu, cuddu casaluru.

Mi rricordu nu particulari ca me rrimastu impressu pi tant’anni, cudd’annu mi purtarunu alla Turretta, sotta all’arvuli staunu ssittati li cristiani, ca mangiaunu e mbiviunu, li vagnuni mangiaunu e sciucaunu atturnu atturnu all’arvuli, ncununo nchianava puru sobbra e sputtia quiddi ca erunurimasti abbasciu.

Nu pareti ti petri ddividia la strata, sempri ti terra e petri, ti lutirrennu cu l’arvulii ti aulia, stu pareti non era tantu iertu e furnia cu nna culonna sempri ti petra ma nu picca chiu iertae larga.

Sobbra alla culonna nc’era nu cristianu ca ballava, cantava e ticia tanti cosi, tutti a rima a rima e facia ritiri tutti quiddi ca staunu a ciercu atturnu a quedda culonna, tutti nci battiunu li mani pi ogni cosa ca ticia. 

Ogni tantu si nvicinava nna cristiana cu na patella chiena ti purpetti e lu buttiglioni ti lu vini e nci ticia: 

“Meh fermiti nu picca, mangiti to purpetti e mbiviti nu bicchieri ti vinu.” Lu cristianu si firmava, mangiava li purpettie li purpittuni, si mbivia nu bicchieri ti vinu e subbutoncuminzava a ballari, cantari e ricitari.

Ti sobbra alla culonna, ca pi iddu era nu crandipalcuscenuco, ticia na cosa cretu l’atra e sputtia tutti, ci pi lucugnomi, ci pi lu soprannomi, a tutti nci truvava na cosa ti ritiri e nci facia subbutu na rima.

Si muvia sobba a quedda culonna comu nu bballarinu, faciafinta ca sta catia cu faci spantari li cristiani.

Ticiunu ca era uno ca nci piacia cu faci scherzi a tutti, era unu ca facia ddivertiri addo s’acchiava acchiava, era unu ti cumpagnia e tutti lu vuliunu all’antu loru, ticiunu puru ca la sera ntra la cantina toppu ca s’era mbiutu to tre bicchieri ti vinu, ccuminzava a cantari e ricitari a rima a rima e faciaddivirtiri tutti, quarcuno ca era statu sputtutu nu picca ti chiui, si azava e si nni scia nu picca turbatu, ma la sera toppu turnava alla cantina comu ca non era successu nienti.

Lu nomi no mmi lu rricordu, ma mi rricordu li cristiani ca ritiunu e nci battiunu li mani.

Li signurini ntra nu scherzu e na battuta ti mani, senza cu ssi fannu avvetiri ti li mammi, mandaunu signali cu lli uecchi, alli ziti, signali ca erunu megghiu ti tanti missaggini ca si mandunu moni cu lli tilifonini, signali ca ticiunu quantu si vuliunu bbeni. 

Nc’era puru nu cristiano ca sunava la fisarmonaca, sunavamusichi campagnoli, si cantava e si ballava tutti anziemi, si ballava a ciercu, atturnu atturnu a n’arvulu ti aulia, tutti a manu a manu, la manu ti la zita stringia cuedda ti lu zitu e lucori ti tutti toi loru bbattia subbutu forti forti.

Quandu lu soli ncuminzava a calari furnia la musaca e si turnava a casa.

Era na pascaredda tiversa, chiù puviredda, ma tantu tantubedda.

Annu passati chiùi ti cinquant’anni ma portu ‘ncora ‘ntra lucori mia stu bellu ricuerdu. 

 

Carmelo Colelli

 

 La pasquetta di una volta.

 

Tanti anni fa la pasquetta a Mesagne si festeggiava il Martedì dopo Pasqua.

Molte persone andavano nelle campagne vicino alla chiesetta della Madonna della Grazia, altre andavano nella campagne della zona Torretta ed altri ancora nelle campagne appena fuori paese.

Ricordo che si mangiavano focacce semplici e focacce farcite, polpette e polpettine, panini imbottiti con mortadella e provolone e si beveva vino nero, quello buono fatto in casa.

Ricordo un particolare che mi è rimasto impresso per tanti anni: quell’anno mi portarono alla Torretta, sotto i grandi alberi di ulivo erano sedute le persone che mangiavano e bevevano, i ragazzi mangiavano e giocavano intorno agli alberi, qualcuno saliva sugli alberi e sfotteva i compagni rimasti sotto.

Un muretto a secco fatto di pietre divideva la strada in terra battuta dal terreno agricolo dove vi erano gli alberi di ulivo, il muretto non tanto alto terminava con una colonna sempre in pietra più alta e più larga.

Sulla colonna vi era un signore che ballava, cantava, raccontava storie e stornelli rimati, faceva ridere tutta la gente che era in cerchio intorno alla colonna, questi lo applaudivano ad ogni battuta. 

Ogni tanto si avvicinava qualche signora con una padella piena di polpette e un bottiglione di vino e gli diceva:

“Meh fermati un po’, mangia delle polpette e bevi un bicchiere di vino.”

L’attore-animatore improvvisato si fermava, mangiava polpette e polpettoni, beveva il vino e subito ricominciava a ballare, cantare e recitare.

Dalla sommità della colonna che, per lui era un grande palcoscenico, diceva una cosa dietro l’altra e sfotteva tutti, chi per il cognome, chi per il soprannome, per ognuno trovava un verso, una battuta o una rima che faceva ridere tutti. 

Si muoveva sulla colonna come un ballerino, faceva finta di cadere per spaventare il pubblico sottostante.

Dicevano che era uno a cui piaceva fare scherzi a tutti, faceva divertire sempre tutti ovunque si trovasse, era un amante della compagnia e tutti lo volevano nella loro squadra di lavoro in campagna, dicevano anche che la sera, nella cantina, dopo che aveva bevuto due tre bicchieri di vino, cominciava a recitare una rima dietro l’altra e faceva divertire tutti gli avventori, qualcuno che era stato preso di mira un po’ di più si alzava ed andava via imbronciato, ma la sera dopo tornava alla cantina come se non fosse successo niente.

Il nome non lo ricordo, ma ricordo tutte le persone che ridevano e gli battevano le mani.

Le signorine tra uno scherzo ed una battuta di mani, senza farsene accorgere dalle mamme, mandavano segnali, con lo sguardo, ai fidanzati, segnali d’amore che erano meglio di tanti messaggi che si inviano oggi con i telefonini.

Vi era anche un suonatore di fisarmonica, suonava musiche popolari, si cantava e si ballava tutti insieme, si ballava in cerchio, intorno a ad un albero di ulivo, tutti si tenevano per mano, la mano della fidanzata stringeva quella del fidanzato e il loro cuore batteva subito forte-forte.

Quando cominciava a calare il sole terminava la musica e si tornava a casa.

Era una pasquetta diversa, molto povera, ma molto bella

Sono passati più di cinquanta anni ma cullo nel cuore questo bel ricordo.

 Carmelo Colelli

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