A Mesagne bastano poche righe in un gruppo WhatsApp per trasformare un episodio ancora da chiarire in un caso che genera paura collettiva. È accaduto nelle ultime ore, dopo la segnalazione di un presunto tentativo di rapimento ai danni di un bambino.
Tutto sarebbe partito dal racconto di una mamma che, in un messaggio condiviso in chat, ha riferito del tentativo da parte di un uomo di aprire l’auto in cui si trovava il figlio, mentre il padre era sceso per entrare in un negozio. Un episodio che ha subito allarmato la famiglia e che è stato denunciato al Commissariato di Polizia di Mesagne.
Le forze dell’ordine hanno avviato immediatamente le indagini, individuando l’uomo segnalato. Si tratterebbe di una persona già nota per episodi legati alla convivenza civile e già attenzionata, ma che, secondo quanto emerso, non avrebbe mai manifestato in passato comportamenti riconducibili a tentativi di rapimento o reati simili. Gli accertamenti sono tuttora in corso per chiarire con precisione la dinamica dei fatti.
Nel frattempo, però, il “passaparola digitale” ha fatto il resto. Di chat in chat, il racconto iniziale si è arricchito di particolari non verificati, fino a sfociare in vere e proprie bufale: presunte organizzazioni dedite alla tratta di bambini, traffici di organi, scenari inquietanti privi di qualsiasi riscontro ufficiale.
Una spirale che alimenta paura, sospetti e, in alcuni casi, anche pericolose derive di odio razziale. Da qui l’invito alla prudenza: segnalare alle autorità ogni episodio sospetto è un dovere, ma diffondere messaggi non verificati rischia di creare allarmismo ingiustificato e tensione sociale.
Le forze dell’ordine invitano i cittadini ad affidarsi esclusivamente alle comunicazioni ufficiali e a evitare la condivisione di notizie prive di fondamento. La sicurezza è una priorità, ma lo è anche la responsabilità nell’uso degli strumenti digitali.








