Riceviamo e pubblichiamo: A luglio e per un’intera settimana l’amministrazione comunale di Leverano ha patrocinato con spazi pubblici, risorse economiche e umane una rassegna sulla Palestina che ha avuto come ospite d’onore la Relatrice speciale delle Nazioni Unite per i Territori Palestinesi Occupati, Francesca Albanese. Alle personalità di rilievo della kermesse si è poi aggiunto del tutto inaspettatamente il prof. Ilan Pappé, autore de “La pulizia etnica della Palestina”, in visita negli stessi giorni a Leuca. Per chi non lo conoscesse, Pappé è il capofila di quei “nuovi storici” israeliani che con le loro ricerche hanno fatto luce sui tragici eventi che nel 1948 precedettero eseguirono la nascita dello stato di Israele; un accademico detestato dal mondo sionista che per insegnare liberamente ha dovuto salutare la celebratissima “unica democrazia del Medioriente” e riparare nel Regno Unito.
A suggellare il valore di “Palestina Libera Tutta”, un’iniziativa che ha omaggiato la cittadinanza con due personalità di caratura internazionale, sono state le parole semplici e inequivocabili del sindaco Marcello Rollinel suo saluto introduttivo: “Siamo figli di una Costituzione scritta anche da partigiani… Di fronte a quello che succede in Palestina le istituzioni non possono restare neutrali e la nostra posizione a Leverano è chiara: siamo accanto al popolo palestinese”. Dunque, nessun “si ma… vediamo un po’… volemose bene… viva la pace”. Nulla di retorico e inconcludente. Qualche giorno prima il Consiglio regionale pugliese, forse ispirato dall’ultimatum di Tajani a Iran e Israele – “gli ho detto di finirla qui, ora basta!” – aveva compiuto, a detta sua, “un gesto istituzionale e umano di grande importanza” chiedendo a Governo e Unione Europea di intervenire immediatamente per sbloccare gli aiuti umanitari a Gaza e garantire protezione alla popolazione civile. Nello stesso comunicato la Regione si pregiava di sostenere la candidatura dei bambini di Gaza al Nobel per la Pace, perché “difendere l’infanzia nei contesti di guerra è un dovere morale”.
Lo stesso Consiglio regionale, peraltro, a maggio 2025 era stato il primo in Italia ad approvare una mozione (dalla formula semantica non casuale) che invitava “dirigenti e dipendenti della Regione, delle sue Agenzie e delle società partecipate a interrompere ogni rapporto di qualunque natura con i rappresentanti istituzionali del suddetto governo e con tutti quei soggetti a esso riconducibili”. Proclami considerevoli, non c’è che dire. Sorvolando sul leggerissimo ritardo nel chiedere lo sblocco delle derrate ai valichi di frontiera e sulla millantata difesa dell’infanzia di Gaza – che se avessimo voluto difenderla per davvero avremmo semplicemente impedito che la massacrassero, giorno dopo giorno, per due anni e mezzo filati piuttosto che camuffare la nostra ignavia con un premio “alla memoria” – a tradire la finta audacia della regione basta uno sguardo sul groviglio di relazioni intessute dalle istituzioni pugliesi con quelle israeliane. Viene così facile capire perché da quando ha avuto inizio il capitolo finale di una pulizia etnica che va avanti dal secondo dopoguerra abbiamo dovuto aspettare, con un certo imbarazzo (e scazzo), che fossero associazioni e movimenti della società civile a organizzare iniziative di carattere politico mentre amministratori pubblici ed esponenti di partito si trinceravano dietro gesti simbolici quanto inutili, guardandosi bene dal parlare di genocidio e optando per una più tranquillizzante “crisi umanitaria”.
Il fiancheggiamento della regione Puglia allo stato di Israele va avanti da almeno una ventina d’anni, da quando nel 2005 il “compagno” Nicki Vendola e la sua giunta spalancarono le porte della nostra terra agli interessi sionisti assegnando per due mandati di fila (dieci anni interi) e con nomina diretta (ovvero senza candidatura elettorale) l’assessorato al Mediterraneo, Cultura & Turismo a una docente di psicologia professionalmente rispettabilissima ma del tutto schierata ideologicamente, essendo membro dell’associazione Sinistra per Israele e avendo lì tutti i familiari di parte paterna. Una nomina problematica sia in termini statistici che rappresentativi inconsiderazione di una comunità, quella ebraica pugliese, che con soli100 membri conta appena lo 0,002% della popolazione totale (quella musulmana, per un confronto, supera il 6% – 240.000).Fatto sta che da quel momento in poi Tel Aviv si è infilata dappertutto con accordi e partenariati di vario genere (commerciali, militari, universitari, ecc.). All’amministrazione Vendola si deve anche l’attività propedeutica all’apertura in Puglia del primo consolato onorario israeliano in Italia (novembre 2015). Michele Emiliano che da sindaco di Bari (marzo 2014)(4) aveva plaudito l’installazione nella rete idrica comunale di una valvola idraulica prodotta in Israele – all’avanguardia nelle tecnologie per il furto dell’acqua dalle falde palestinesi – da nuovo governatore della regione ha poi seguito il percorso tracciato dal suo predecessore recandosi in viaggio istituzionale a Tel Aviv per stringere altre relazioni. Al tempo, il cosiddetto Stato ebraico era definito “potenza occupante” già da 47 anni e vantava oltre 500 risoluzioni delle Nazioni Unite che lo accusavano a vario titolo di crimini di guerra, contro l’umanità, violazione dei diritti umani, dell’infanzia, disastro ambientale, proliferazione nucleare clandestina, uso di armi proibite da convenzioni internazionali, omicidi extragiudiziali, arresti arbitrari, furto e sfruttamento di risorse naturali, confisca e occupazione di territori altrui. Evidentemente reati di scarso conto per un ex magistrato dell’antimafia. Tornando al presente, nel tempo trascorso dall’annuncio sulla sospensione delle relazioni con Israele a oggi nei porti pugliesi: navi cisterna hanno imbarcato carburante per l’aviazione militare israeliana (poi usato per bombardare la Striscia), navi cargo hanno scaricato ferraglia proveniente dalle macerie di Gaza, altre cargo hanno consegnato armi israeliane per il nostro ministero della Difesa (in violazione della legge 185/1990 contro l’import/export di armamenti da Paesi in stato di conflitto armato e dell’Art.11 della Costituzione: “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alle libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”), turisti israeliani, inclusi militari in “vacanza antistress” (perché sterminare gente è faticoso), sono sbarcati da navi da crociera. E non si sa cos’altro. Tutto ciò senza che alcuna autorità istituzionale, portuale, territoriale o regionale muovesse un dito. Nello stesso frangente, la Leonardo, partecipata dallo Stato con stabilimenti anche a Brindisi, Grottaglie e Foggia, ha continuato a vendere armi a Israele; l’Autorità Idrica Pugliese e l’Acquedotto Pugliese, che da anni stringono relazioni con l’azienda idrica statale israeliana Mekorot, non hanno comunicato alcuna sospensione nelle loro partnership internazionali; il Consolato onorario d’Israele a Bari non solo è ancora aperto e funzionante ma è anche presidiato h24 dalle nostre forze dell’ordine, e da qualche tempo società e fondi riconducibili a imprenditori israeliani stanno promuovendo investimenti immobiliari in Salento. Tutto questo per rilevare che se il Consiglio regionale avesse voluto incidere realmente contro la pulizia etnica a Gaza e in Cisgiordania, e a sostegno dell’infanzia in Palestina di occasioni e questioni alle quali mettere mano ne avrebbe avute in quantità. Ma non lo ha fatto. Il perché lo si può solo immaginare.
Tornando al principio, il parallelo tra la mozione del Consiglio regionale pugliese e l’iniziativa sulla Palestina del comune di Leverano ci insegna che prendere posizione, come fu ai tempi dell’occupazione nazifascista, ancor prima che un riflesso dei mezzi a propria disposizione è una questione di palle. Palle che possono crescere o rimpicciolirsi in senso direttamente o inversamente proporzionale al potere che si ha davanti. Palle che se non le si ha non ce le si può inventare. E la Regione Puglia ne è in forte deficit,
Luca Debenedettis Comitato di solidarietà col popolo Palestinese – Mesagne







