Da anni, nel dibattito pubblico e mediatico, i migranti vengono troppo spesso raccontati come un problema sociale, un’emergenza permanente, una minaccia da controllare. Una narrazione continua che finisce per alimentare paura, diffidenza e disumanizzazione. È dentro questo clima che maturano certe violenze.
L’assassinio di Bakary Sako non può essere liquidato come un gesto improvviso o “senza motivo”. Bakary era un lavoratore, un ragazzo descritto da chi lo conosceva come serio, motivato, impegnato a costruirsi un futuro. È stato ucciso mentre andava a lavorare. Eppure, anche davanti a tragedie come questa, il racconto pubblico spesso tende a rimuovere il contesto che rende possibile simili aggressioni.
Perché la violenza non nasce mai nel vuoto.
Nasce da anni di rappresentazioni tossiche, da un linguaggio politico e mediatico che abitua lentamente a considerare alcune vite meno importanti di altre. Quando intere comunità vengono associate continuamente a degrado, insicurezza o criminalità, il confine tra propaganda e disumanizzazione diventa sempre più sottile.
Ma sarebbe troppo semplice fermarsi qui.
C’è anche un’altra assenza che pesa: quella di una società incapace di ascoltare e accompagnare molti giovani che crescono senza riferimenti, senza prospettive e senza un’educazione civile e sentimentale capace di dare valore alla vita umana. Sempre più spesso ci troviamo davanti a minori lasciati soli nella rabbia, nell’emulazione della violenza, nella perdita di qualsiasi pensiero positivo sul futuro.
Questo non significa giustificare chi commette violenza. Significa capire che una società assente produce vuoti pericolosi. Quando mancano scuola, comunità, cultura, ascolto e opportunità, il disagio può trasformarsi in aggressività, branco, ricerca di potere contro chi viene percepito come più fragile o diverso.
È già accaduto dopo la sparatoria di Macerata. È accaduto dopo l’uccisione di Willy Monteiro Duarte. E continua ad accadere ogni volta che si preferisce raccontare queste morti come episodi isolati invece di interrogarsi sul clima culturale che le circonda.
Per questo non basta indignarsi dopo l’ennesima aggressione.
Serve interrogare il linguaggio pubblico, il modo in cui vengono raccontati i migranti, ma anche il vuoto educativo e sociale che lascia crescere generazioni sempre più fragili, arrabbiate e prive di punti di riferimento.
Ripensare il legame sociale, significa allora fare una scelta precisa: trasformare una società che esclude in una società che include. Significa restituire dignità alle parole, valore alle persone e futuro ai giovani. Significa insegnare che la diversità non è una minaccia, ma una parte essenziale della convivenza.
Perché una comunità capace di riconoscere l’umanità dell’altro è anche una comunità capace di salvare sé stessa.
Gino Stasi
Educatore
















