Home PoliticaNO CPR BRINDISI: L’ACCOGLIENZA È DIVENTATA “SEGREGAZIONE” PER I LAVORATORI MIGRANTI

NO CPR BRINDISI: L’ACCOGLIENZA È DIVENTATA “SEGREGAZIONE” PER I LAVORATORI MIGRANTI

da Redazione

Riceviamo e pubblichiamo: C’era una volta la Brindisi degli anni ’90, la città che spalancava le braccia all’esodo albanese, quella che sfiorò il premio Nobel per la pace per la sua straordinaria umanità. Oggi, trent’anni dopo, con lo stesso sindaco sulla poltrona più alta del Comune, quella memoria viene definitivamente sepolta sotto una colata di cinismo burocratico. Benvenuti a Brindisi nell’estate del 2026, dove l’accoglienza è stata sostituita da una spietata logistica della segregazione.
Cinquantasei esseri umani. Non “fantasmi”, non “clandestini”, ma lavoratori regolari, con tanto di contratto in tasca e permesso di soggiorno. Gli stessi uomini che piegano la schiena nelle campagne brindisine per raccogliere i carciofi, i meloni e gli ortaggi che arrivano sulle tavole di tutta Italia. Da una settimana, questi lavoratori sono stati trasferiti in un vecchio impianto di CDR (combustibile da rifiuti) nella zona industriale. Sopra le loro teste, a ricordargli costantemente il loro status di scarti, campeggia ancora il cartello “Entrata Scarico”.
Ma non è solo una questione di degrado morale o di vergognosa contiguità simbolica. È una questione di vita o di morte.

Lo sgombero del vecchio dormitorio di via San Vito è stato spacciato dalla giunta di centrodestra come un “successo”, un atto di liberazione da un luogo indegno. La realtà, come sempre, è una squallida questione di cassa. Il Comune doveva avviare i lavori per una sfarzosa “Casa delle culture” entro ottobre, pena la perdita di 1,6 milioni di euro di fondi PNRR.

Il denaro prima delle persone.

Poiché la struttura definitiva di Restinco non è pronta (e chissà quando lo sarà, si spera a fine anno), l’amministrazione ha deciso di fare cassa sulla pelle dei braccianti, stipandoli in fretta e furia dentro un ex sito di stoccaggio rifiuti.

Il nuovo “accampamento” sorge a ridosso della IPEM, il più grande deposito di gas petrolio liquido (GPL) d’Italia. Quattro enormi sfere bianche che contengono 52mila metri cubi di gas altamente infiammabile.
Secondo i documenti dello stesso Comune – il piano ERIR (Elaborato Tecnico per il Rischio di Incidenti Rilevanti) – in quel perimetro vige il divieto assoluto di qualsiasi insediamento civile. In caso di incidente, incendio o esplosione, la “zona di danno” spazia dai 174 ai 266 metri. L’accampamento dei braccianti dista appena venti metri.I tecnici comunali liquidano la faccenda parlando di “soluzione tampone” e di “piani di emergenza ignorati per meno di sei mesi”.
Il comandante provinciale dei Vigili del Fuoco, secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano, ha dichiarato di non essere stato nemmeno coinvolto e ha continuato dicendo: “Io non ce li avrei messi”.

La quotidianità di questo ghetto industriale è indegna:

-​Niente negozi, niente supermercati nel raggio di 4 chilometri.

-​Chilometri extra da percorrere in bicicletta sotto la canicola estiva per raggiungere i campi.

-​Nessuna mensa fornita dal Comune. I lavoratori sono costretti a cucinare con fornellini e bombole a gas autonomi.

-nessun servizio di trasporto pubblico attivato.

In un’area in cui gli insediamenti umani sono vietati per il rischio deflagrazione, lo Stato permette il trasferimento di cinquanta persone a vivere sotto tende e capannoni accendendo bombole di gas a venti metri dal più grande deposito di GPL della nazione.
Se si fosse trattato di cinquanta senzatetto italiani, di cinquanta cittadini bianchi, qualcuno avrebbe mai osato autorizzare una “soluzione tampone” del genere? Avrebbero mai militarizzato l’ingresso con i Ranger per impedire ai giornalisti di documentare la verità? No, ne siamo sicuri!

La verità è che per la propaganda di questa politica securitaria con la scelta utilitarista, i corpi dei lavoratori stranieri sono solo braccia da spremere all’alba e scarti da nascondere al tramonto, lontano dagli occhi “puliti” della città, confinati nella terra di nessuno del petrolchimico.

Non possiamo stare a guardare mentre Brindisi si trasforma nel teatro di una potenziale, annunciata tragedia. Non possiamo accettare che i fondi per l’integrazione e la cultura vengano pagati con il confinamento coatto in una zona rossa. Esigiamo lo sgombero immediato di quella discarica umana e una sistemazione che rispetti la dignità e l’incolumità di chi, con il proprio lavoro, manda avanti la nostra agricoltura.

La vita dei braccianti vale più della propaganda e dei calcoli di bilancio.

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